Giugno 2008 - Giugno 2013 / Anno V

mercoledì 30 maggio 2012

I crolli nelle aree industriali nel terremoto in Emilia-Romagna. Perché

di Finnegan - La mappa del rischio sismico dell'Italia è stata completata ed aggiornata solo nel 2003; ossia 9 anni fa. Come si può vedere nella sezione specifica online dell'INGV - Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, una prima classificazione dei rischi territoriali risale al 1984; nel 1998 c'è stata una proposta di riclassificazione (e quindi di aggiornamento), ma solo nel 2003 il lavoro si è concretizzato.
Come specifica ulteriormente il testo esplicativo sul sito della Protezione Civile, dal 2003 non esiste più in Italia una zona Non a Rischio. Tutta la Penisola è considerata a rischio sismico: la differenza è tra il maggiore o minore rischio.

Come ha fatto notare il prof.Bernardino Chiaia - Ordinario di Scienza delle Costruzioni del Politecnico di Torino e membro del consiglio di amministrazione dell'INGV, intervistato da varie testate giornalistiche - i crolli delle costruzioni industriali nei comuni colpiti dal sisma del 20 Maggio riguardano "capannoni costruiti in zone che al momento della progettazione erano considerate non sismiche".

Chiaia ha spiegato anche che, per la loro semplicità, i capannoni industriali sono vulnerabili soprattutto alle sollecitazioni orizzontali che possono essere provocate da un terremoto ed anche dal vento.
Chiaia ha comunque aggiunto che ci sono accorgimenti preventivi che possono essere presi: "Come collegare tra loro le travi in modo rigido per renderle più resistenti, utilizzare dei controventi, cioè delle strutture specifiche che aumentano la resistenza orizzontale, irrigidire i nodi. Sono tecniche che hanno un costo medio e che vengono già usate se l'edificio ha dei pannelli solari sul tetto, che fanno da vela".

Nell'immagine una delle mappe sismiche dell'Italia dal sito dell'INGV.

Per approfondire
INGV 

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